La realtà virtuale e il futuro delle relazioni differite

La momentanea impossibilità di contatto umano non solo sta mettendo a dura prova la resilienza di professionisti e aziende, ma sta probabilmente accelerando quel processo di riscrittura dei processi teorizzato da anni nell’ambito della trasformazione digitale.

Ovvero:

se prima si poteva temporeggiare sui sistemi digitali, adesso le drammatiche e imprevedibili contingenze legate al Covid-19 ci portano ad agire velocemente.

È chiaramente il boom delle videochiamate a farla da padrone: semplici da usare e già a disposizione di tutti. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, realtà aumentata e soprattutto virtuale rappresenteranno forse la frontiera più promettente per qualunque tipo di relazione differita. Attenzione: relazione, non semplice comunicazione.

Dalla scuola del futuro (che in alcuni casi è già presente), alla collaborazione di team in remoto, fino alla formazione, al training industriale e alle operazioni chirurgiche: la realtà virtuale ci permette di essere presenti e vicini senza che i nostri corpi debbano trovarsi nello stesso metro quadrato. Un bel potere.

Pensiamo solo a come sarebbe cambiata l’esperienza di reclusione forzata che stiamo vivendo se tutti avessimo avuto un visore per la realtà virtuale in casa: intrattenimento, lavoro, amicizie. Tutto al cubo, in forma tridimensionale, appunto.

Ma dobbiamo anche dire che mettere un visore in testa a tutti quanti non è una cosa banale né immediata. Quindi al momento è importante aprire dei cantieri, perché se anche la situazione dovesse risolversi prima del previsto, resterà una coda lunghissima di discussione e ragionamenti su quanto questo ci abbia colti impreparati, su cosa potevamo fare e cosa potremo fare se dovesse accadere di nuovo.

Immaginare scuole, università e aziende capaci di ricreare relazioni immersive non significa solo fronteggiare una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo; significa cogliere l’occasione per far evolvere un modello in maniera dirompente, per riportare qualità nella quantità di connessioni oggi possibili.

E dunque, quanta tecnologia serve?

Serve intanto dotarsi di strumenti che ancora non fanno parte del nostro quotidiano. Un po’ come avere avuto un PC agli albori della digitalizzazione, quando ancora era consuetudine usare la carta, la calcolatrice, il tecnigrafo e gli archivi.

Un visore che oggi costa meno di 500 euro può già aprirci le porte di questa realtà che qualcuno chiama “multiverso”.
Si tratta di ambienti digitali tridimensionali, mondi interamente programmabili, nei quali abilitare gli utenti a compiere azioni in maniera sempre più naturale, usando gesti e movimenti anziché sequenze di comandi.

Inoltre, la sensazione di presenza porta il nostro cervello a reagire sul piano dell’esperienza e non della semplice fruizione di contenuti, il che si traduce in un maggiore livello di attenzione e ad un impatto significativo sulla memoria a lungo termine, a beneficio della produttività e dell’apprendimento.

Strumenti che non necessariamente saranno di uso quotidiano adesso, ma che fin da subito avranno una precisa indicazione d’uso, una direzione.

Strumenti sempre più economici, sempre più potenti.

A quel punto si potrà accedere a una serie di soluzioni preesistenti (poiché sono già molte le esperienze e le applicazioni disponibili in realtà virtuale), o approfondire la conoscenza del mezzo per sviluppare progetti ad-hoc.

In ballo c’è la reale possibilità di trasporre in virtuale singoli processi o interi comparti con risultati che sono ancora da scoprire, ma con alle spalle anni di ricerca e sviluppo a supporto della estrema efficacia di questo mezzo.

Abbiamo la bacchetta magica, adesso iniziamo a formulare incantesimi.